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I GIOVANI E L’UNITA’ A SINISTRA

Partecipazione politica giovanile, rapporto con i movimenti, nuovi modelli organizzativi: le proposte di Riccardo Messina (FGCI), Elisabetta Piccolotti (GC), Arturo Scotto (SD) e Rafi Korn (Giovani Verdi) 

Sono alcuni mesi che il processo di riunificazione a sinistra, sotto la spinta della nascita del Pd, sta avanzando a passo sempre più spedito. Qual è il contributo che le organizzazioni giovanili di partito hanno dato fin qui, e quali devono essere i passi successivi?
RICCARDO MESSINA - Per noi l’unità a sinistra è un’esigenza che deriva non dalla nascita del Pd, ma dalla elementare considerazione che i giovani italiani sono una realtà vasta: se abbiamo la pretesa di raggiungerli per dare loro ed elaborare con loro delle risposte reali è necessario mettersi tutti assieme, noi, i Giovani comunisti, i Giovani verdi e i giovani di Sinistra democratica, per lavorare su temi e campagne comuni, senza tralasciare l’apporto fondamentale dei sindacati studenteschi, e rivolgendoci anche ai singoli. Per far questo bisogna avere coraggio e rafforzare i momenti di dialogo. E’ per questo che proponiamo di creare un coordinamento permanente tra le giovanili, così come già sta avvenendo in molti territori. Tra noi giovani è più facile: esistono minori incrostazioni, minori rancori, e soprattutto non abbiamo liste da preparare ma solo grandi battaglie dinnanzi a noi.
ELISABETTA PICCOLOTTI – Su quale è stato il ruolo delle giovanili di partito fin qui, nel processo di ricomposizione della sinistra, sarei tentata di dirti “ancora quasi nessuno”. Siamo in una fase – spero rimanga una fase – in cui la discussione trova ancora nelle istituzioni, nel governo e nei vertici dei partiti il suo fulcro centrale. Il ruolo delle giovani generazioni, che non coincidono con le giovanili di partito, è fondamentale: sono state in questi anni, attraverso il movimento dei movimenti, il motore in carne ed ossa dell’innovazione della cultura politica della sinistra. Da questa intelligenza diffusa non si può prescindere. I prossimi passi? Aprire un grande spazio pubblico a questa intelligenza e darle visibilità. Per farlo bisogna che anche le giovanili di partito, così come i partiti, sappiamo fare la necessaria cessione di sovranità nei confronti di una partecipazione reale, l’unica che può mescolare linguaggi ed elaborazioni e può costruire la sinistra dal basso.
ARTURO SCOTTO - Le giovanili di partito hanno la responsabilità di essere uno dei momenti più avanzati di questo processo unitario. L'unità a sinistra si fa anche immaginando nuovi modelli organizzativi, politici e culturali. Anche da questo punto di vista bisogna riprendere a sperimentare. Non credo bastino le organizzazioni giovanili così come sono oggi, ritengo debbano essere protagoniste di un processo più ampio, di un'organizzazione a rete che si strutturi su campagne, una sorta di social network che riesca a mettere in rete tutte le esperienze e le iniziative tematiche di questo vario mondo della sinistra che si muove attorno al progetto unitario.
RAFI KORN - Seppure con storie e percorsi differenti, la politica dei Giovani verdi nasce e cresce a sinistra e, proprio come i movimenti e le organizzazioni di ispirazione socialista e comunista, fa proprie le battaglie su temi condivisi come l’impegno sulla pace e il deciso no alla guerra, la difesa dei diritti per tutti, la libertà, la formazione, il lavoro e la lotta al precariato, l’ambiente. Il grande contributo delle organizzazioni giovanili è senza dubbio il forte entusiasmo che apportano e trasmettono. Hanno il dovere di richiamare l’attenzione dei “grandi” a realizzare le belle parole spese sui giovani ma mai concretizzate.
Crisi della politica e antipolitica che si fa spazio soprattutto tra i giovani: forse è un problema che riguarda sia i contenuti che le forme con cui si cerca di avvicinare i giovani per coinvolgerli nella partecipazione. Come va affrontata la questione? Quali sono i temi, i modi e i luoghi giusti per riuscire ad avvicinare dei ragazzi e delle ragazze che, in tanti, hanno scarso interesse per la politica?
RICCARDO MESSINA - I partiti politici e la politica in genere godono di bassa considerazione, nella società italiana e soprattutto tra i giovani. Ciò dipende da un malcostume diffuso che ha incancrenito pezzi importanti della politica italiana, allontanando milioni di persone dalla cosa pubblica. La maggior parte dei giovani italiani la sera non studia il modo di cambiare il mondo, ma si rinchiude nei centri commerciali o nelle discoteche, magari calandosi qualche pasticca. Sta a noi ridare dignità alla politica e ai partiti dimostrando che è ancora possibile mettersi assieme per portare avanti la grande battaglia delle idee. Essere comunisti per noi significa riuscire a comprendere la società che ci circonda e agire su di essa per modificarla, coniugando il nostro patrimonio politico con l’analisi dei processi reali che percorrono la nostra società. Ma occorre stare attenti: è in atto nel Paese una campagna strisciante portata avanti dai poteri forti, primo tra tutti il presidente di Confindustria, che cavalca l’antipolitica per attaccare le istituzioni repubblicane. La democrazia è un bene prezioso che i comunisti in questo Paese hanno pagato con il sangue, è dovere di noi giovani difenderla.
ELISABETTA PICCOLOTTI - Chi l’ha detto che la crisi della politica e l’antipolitica crescono soprattutto fra i giovani? Penso che tra i giovani ci sia una, mi pare non reversibile, crisi dei partiti, quelli pesanti, burocratici, ingessati, novecenteschi, quelli che appaiono lontani dall’esperienza quotidiana e dalle condizioni materiali. Le statistiche europee raccontano che tra i soggetti di cui i giovani si fidano di più ci sono Greenpeace e Amnesty International. I partiti, e peggio ancora le istituzioni, sono in fondo a tutte le liste. In questa crisi fioriscono però mille diverse forme di partecipazione politica. Ancora troppo poco incidenti ed efficaci forse, ma è per questa via che le giovani generazioni si stanno riappropriando della critica della società in cui vivono. Blog, community, associazioni, laboratori territoriali, movimenti, collettivi: si riparte da qui. Bisogna ripensare le forme della politica, rendersi più orizzontali e guardare al modello della rete. Il femminismo ha prodotto grandi vittorie senza produrre organizzazione “pesante”. Guardo da quella parte per pensare alla sinistra del futuro.
ARTURO SCOTTO - I partiti sono andati destrutturandosi negli ultimi anni, diventando sempre più frutto di correnti personalizzate, luoghi dove la politica cominciava progressivamente ad essere poco presente. Tutto ciò ha determinato un allontanamento che non è dettato solo dalla contingenza e dalla crisi delle forme organizzative, ma anche da uno iato che si è scavato tra la potenza dell'economia sovranazionale e una politica “nana” non in grado di guidare i processi economici. In questo contesto puoi costruire la più bella organizzazione giovanile del mondo, ma se poi non sei in grado di raggiungere i giovani nei luoghi dove si aggregano, studiano, lavorano, dove costruiscono i loro percorsi di vita individuali e collettivi, non c'è luogo che riesca ad essere accogliente. Quindi bisogna andare a indagare dove oggi le nuove forme di disagio giovanile, di emarginazione e di disgregazione sociale sono presenti. Questo si fa confrontandosi sulle questioni principali: precarietà, lavoro, diritto allo studio, alla cultura e agli spazi di vita autonoma.
RAFI KORN - Ad oggi è innegabile uno scarso interesse per la politica provocato da una forte disillusione. Esiste, però, anche una parte della società civile che ha reagito a ciò attraverso una maggiore partecipazione e un'attenzione ai problemi reali del nostro Paese, e dei giovani in particolare. Bisogna puntare sulle tematiche legate ai giovani, coinvolgendoli in attività e iniziative su questioni concrete. Ad esempio lavoro e precarietà, concetti ad oggi tristemente associabili: contratti part-time, a tempo, di formazione, di collaborazione e quant’altro, non garantiscono stabilità e sicurezza ai giovani, ai quali non viene concessa la possibilità di essere indipendenti e di pensare di formare una famiglia. Dobbiamo puntare sul territorio, rafforzare la presenza presso scuole ed Università, interagendo l’un l’altro e coinvolgendo il maggior numero di giovani per creare un vero e costruttivo confronto. Noi ci crediamo.
Il tema dei saperi e della formazione è da sempre al centro dell'attenzione da parte dei giovani. Quali sono oggi i problemi principali da risolvere in questo ambito? Quali le vostre proposte?
RICCARDO MESSINA - La scuola e l’Università italiane si trovano in uno stato pessimo. E, anche se è duro ammetterlo, dopo un anno di governo Prodi si trovano nelle stesse condizioni in cui le aveva ridotte lo tsunami berlusconiano. La riforma della scuola è stata solo sospesa, mentre addirittura il ministero dell’Università ha varato i decreti attuativi del percorso a Y di genesi morattiana, quando invece ci sarebbe stato bisogno di una radicale inversione di tendenza, come era stato scritto nel programma dell’Unione. Credo che l’unità tra i giovani di sinistra debba partire proprio dai contenuti, e una grande mobilitazione per una scuola e un’università pubbliche, di qualità e di massa può essere un tema interessante da cui partire.
ELISABETTA PICCOLOTTI - Il primo problema è il libero accesso al sapere e alla formazione. Nell’economia della conoscenza i saperi sono ricchezza, produzione di profitto, vengono completamente mercificati. Copyright, riforme universitarie e del lavoro, smantellamento del diritto allo studio e costo della cultura sono tutti elementi di un’esclusione classista dal sapere (fonte di emancipazione e parte integrante di ogni percorso di liberazione). Le cose da fare subito sono in sostanza due: istituire un reddito, diretto e indiretto, per tutti i soggetti coinvolti in un percorso di formazione, e proporre subito una riforma partecipata della didattica. Ovvero dare ai soggetti autonomia e possibilità di scelta nella formazione, favorire la liberazione dell’attività intellettuale slegandola dai processi d’estrazione di profitto; e contemporaneamente ridare all’Università il ruolo di spazio pubblico e sociale della ricerca intellettuale. Per farlo bisogna superare al più presto la riforma Zecchino e il sistema dei crediti. Questa volta però bisognerebbe far scegliere agli studenti, non all’Unione europea.
ARTURO SCOTTO - Il primo punto è un piano di investimenti sulla scuola pubblica e sull'Università. Si sta discutendo il Dpef e c'è un segno di inversione di tendenza rispetto al passato, anche rispetto al primo anno dello stesso governo Prodi. Questo significa innanzitutto scommettere sull'autonomia dei giovani, e quindi finanziare il diritto allo studio, la possibilità di mobilità, la possibilità di costruire anche autonomamente i propri percorsi di studio individuali. Allo stesso tempo serve un grande investimento sul rinnovamento della didattica, delle strutture e della formazione che deve essere sempre più agganciata a un mercato del lavoro in continuo cambiamento.
RAFI KORN - Le famose “3 i” di Berlusconi non hanno fornito una formazione adatta al cambiamento dei tempi. I Verdi puntano sul far crescere la consapevolezza su temi come il rispetto dell’ambiente, l’uso intelligente e ponderato di tecnologia e innovazione, informazione e lavoro. Dobbiamo riprenderci la libertà di pensiero e parola. Occorre puntare sulla ricerca, su corsi aperti, coinvolgenti e concreti, diretti a un pubblico, a una comunità e a una società libere e moderne. Le priorità per noi sono dunque informazione e formazione, con un’attenzione particolare alle lingue (la cui conoscenza è fondamentale e spesso criterio prioritario nelle assunzioni): nel nostro Paese è ancora una parte troppo esigua di persone a conoscere l'inglese, per non parlare poi di qualsiasi altra lingua.
Anche quella del precariato è una questione che tocca molto da vicino i vostri coetanei. Sebbene il programma dell'Unione prevedesse una radicale modifica della Legge 30, su questo terreno è stato fatto poco finora. Cosa vi aspettate e cosa chiedete?
RICCARDO MESSINA - Ci aspettiamo appunto un radicale superamento della legge 30, l’abolizione del precariato come orizzonte di vita di tutte le giovani generazioni. Così come ci aspettiamo una lotta ferrea al lavoro nero: basti pensare che in molte parti del Mezzogiorno avere un contratto, pur precario, è un lusso per molti giovani. Compito nostro è far ritornare le questioni del lavoro e del salario al centro dell’azione politica delle nostre organizzazioni e della sinistra in genere. Perché i giovani che non hanno un lavoro stabile e sicuro sono giovani che non hanno futuro, ma sono anche giovani che non hanno presente.
ELISABETTA PICCOLOTTI - La precarietà lavorativa si è trasformata in una precarietà di vita, esistenziale. E’ l’impossibilità di progettare il futuro. Chiediamo l’abrogazione della Legge 30 e una riscrittura completa della legislazione del lavoro: al centro chiediamo sia messo il contratto a tempo determinato. Ma questa è solo una parte del problema: la parcellizzazione della produzione, e quindi della precarizzazione del lavoro, ha un carattere strutturale. Per questo chiediamo si intervenga contemporaneamente sul Welfare, ripensandolo fuori da un modello familista e lavorista. E’ ora di cominciare a sperimentare forme di erogazione di reddito, sotto forma monetaria e di servizi, per rendere non più ricattabili i lavoratori e per dare continuità ai redditi, il che vuol dire liberare il futuro dei giovani.
ARTURO SCOTTO - Noi chiediamo il superamento della Legge 30, ovvero rimanere fedeli al programma di governo dell'Unione. Abbiamo vinto le elezioni non perché volevamo mantenere lo scalone sulle pensioni o liberalizzare i taxi (cosa, quest'ultima, che condivido anche), ma perché eravamo gli unici che parlavano di combattere la precarietà del lavoro, di offrire nuove prospettive e opportunità ai giovani. Abbiamo ottenuto così i voti delle ragazze e dei ragazzi italiani. Non possiamo andare avanti senza mettere in campo radicali modifiche all'impostazione della Legge 30 (che, aggiungo, ha molto di ideologico), altrimenti non andiamo da nessuna parte.
RAFI KORN - Ci aspettiamo che il governo centri  gli obiettivi proposti nel programma elettorale per garantire possibilità (e in fondo anche speranza) ai giovani, per poter pensare con serenità al futuro e alla possibilità di creare una famiglia. Siamo favorevoli alla flessibilità ma a patto che non sia sinonimo di precarietà. Il nostro obiettivo è quello abolire la Legge 30, e se non dovessimo riuscirci cercheremo con tutta la nostra forza di apportare quelle modifiche in modo da garantire giustizia e sicurezza professionale per tutti.
La Rinascita della Sinistra, giovedì 12 luglio 2007



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Il Comp. Daniele Ianne Coordinatore Provinciale della FGCI
Nella 1° ASSEMBLEA PROVINCIALE della Federazione Giovanile Comunisti Italiani è stato eletto coordinatore all’unanimità DANIELE IANNE, anni 25 entrato nel Partito dei Comunisti Italiani nel 2001. Diplomatosi presso l’Istituto tecnico per Geometri di Lecce ha prestato servizio di obiettore nel 2004 presso l’Unione Italiana Ciechi ,è iscritto dal 2006 all’ANPI , è stato Segretario della sezione di Carmiano –Magliano per 6 anni .Attualmente è responsabile Organizzazione del partito cittadino e Assessore alla Cultura ,Sport, Politiche Giovanili e Turismo del Comune di Carmiano. Leggi il documento politico della FGCI-Lecce

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